“In Italia un reato ambientale ogni 43 minuti”. Una notizia che non fa piacere al bel Paese dalle grandiose bellezze naturalistiche, con una biodiversità molto varia per una superficie così ristretta, con paesaggi famosi in tutto il mondo ma tante specie, ormai, in via d’estinzione. Qui si consumano circa 9.000 reati ambientali ogni anno, una cifra decisamente elevata, soprattutto se consideriamo che siamo il secondo paese europeo, dopo la Francia, per numero di controlli in questo ambito. I reati ambientali costituiscono un giro d’affari mondiale di circa 23 miliardi di dollari, andandosi così a collocare al quarto posto dietro ai mercati di droga, armi ed esseri umani. In particolare è la fauna ad essere aggredita, per quasi un quarto del totale, e gli scopi sono molteplici: dalla carne pregiata alle pelli per la manifattura di capi d’abbigliamenti fino a semplici trofei di caccia.

Abbiamo chiesto a Fulvio Mamone Capria, presidente nazionale della Lipu , un parere su questo tema:

“Il problema del traffico illegale di specie protette dalla convenzione di Washington, sia vegetali che animali, è molto rilevante per tre aspetti principali”- afferma il presidente Mamone – il primo dei quali è la cattura di “specie molto rare che può tradursi in un passo verso l’estinzione” delle stesse. Il secondo “Molto spesso le specie oggetto di commercio illegale provengono da Paesi in cui le condizioni sociali ed economiche sono molto critiche. Il prelievo di specie animali e vegetali protette significa un depauperamento ecologico per quelle zone”. Infine “la stragrande maggioranza di queste specie non proviene dall’Europa causando numerosissimi problemi rispetto alle specie autoctone”.

“Al di là dei problemi pratici che possono insorgere e della violazione della legalità, esiste anche un problema di tipo etico. Strappare una vita al proprio ambiente naturale per essere trasportata a migliaia di chilometri di distanza per poi finire rinchiusa in un gabbietta o legata ad una catena per lo svago di qualcuno è davvero intollerabile”.

Come vanno letti i dati resi pubblici dal corpo forestale?

“I dati riportati riferiscono dell’ottimo lavoro svolto dal servizio CITES del Corpo Forestale dello Stato e ci dicono due cose: che il nostro Paese è il crocevia  europeo del traffico illegale di animali e piante selvatici e che, quindi, c’è la necessità di rafforzare il servizio Cites sia con uomini che con adeguati strumenti di controllo ed investigativi, atti a fronteggiare questo fenomeno criminale”.

Con chi collabora la Lipu per combattere questo problema?

“Per quanto riguarda la convenzione di Washington a livello internazionale operiamo attraverso il network di BirdLife International, che racchiude le LIPU di tutto il mondo, mentre a livello italiano più volte abbiamo collaborato con il Servizio CITES. Per quanto riguarda più in generale le attività di contrasto alla cattura illegale di uccelli, cioè all’uccellagione, la collaborazione con tutte le forze dell’ordine fa parte del lavoro quotidiano”.

A chi sono riconducibili questi traffici?

“Il traffico internazionale è riconducibile a gruppi ben organizzati che attraverso una rete di contatti mondiale, che spesso ripercorre le stesse strade del traffico di droga ed armi, riescono a gestire vere e proprie organizzazione criminali dedite a questo di tipo di attività.

Il problema però è duplice, perché se è vero che c’è una offerta vuol dire che c’è anche una domanda. Quindi se da un lato c’è bisogno di contrastare le attività illecite di questi gruppi con le operazioni giudiziarie, dall’altro c’è la necessità di far capire al “consumatore finale” che oltre a violare la legge si contribuisce alla distruzione della biodiversità del pianeta”.

In ogni caso, in Italia, il problema dei reati ambientali deriva soprattutto dalla mancanza di legislazione che c’è nel nostro paese. Ad oggi le pene sono quasi tutte scontabili con un’ammenda pecuniaria di scarsissimo valore deterrente.

Stefano Gattordo