Attualità “Ecoreati”: colmato un vuoto normativo non più sostenibile

“Ecoreati”: colmato un vuoto normativo non più sostenibile

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Approvato al senato il ddl “Ecoreati”, rispedito alla camera per ultima lettura ed approvazione, una riforma che introdurrà un deciso l’inasprimento delle pene per reati ambientali. La proposta di legge Micillo – Realacci – Pellegrino venne approvata per la prima volta alla camera il febbraio dello scorso anno e, finalmente, si scorge la luce infondo al tunnel della burocrazia. Questa proposta introduce parecchie novità, tra le più rilevanti:

– inserisce nel codice penale un nuovo titolo VI-bis, dedicato ai delitti contro l’ambiente, al cui interno sono previsti quattro nuovi delitti

– introduce il delitto di inquinamento ambientale (art. 452-bis), punito con la reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 10.000 a 100.000 euro;

– introduce il delitto di disastro ambientale (art. 452-ter), punito con la reclusione da 5 a 15 anni;

– introduce il delitto di traffico e abbandono di materiale di alta radioattività(art. 452-quinquies), punito con la reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 10.000 a 50.000 euro;

– introduce il delitto di impedimento al controllo ambientale (art. 452-sexies), punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni;

– stabilisce che per l’ipotesi colposa di inquinamento e di disastro ambientale la pena sia diminuita da un terzo alla metà (art. 452-quater) ;

– prevede che la pena per i reati associativi connessi ai delitti contro l’ambiente sia aggravata (art. 452-septies);

– stabilisce che le pene previste possano essere diminuite dalla metà a due terzi per coloro che collaborano con le autorità prima della definizione del giudizio (ravvedimento operoso)(art. 452-opties); se per operare tali attività l’imputato chiede la sospensione del procedimento penale, il giudice può accordare al massimo un anno, durante il quale il corso della prescrizione è sospeso ;

– stabilisce, in caso di condanna o patteggiamento per uno dei nuovi delitti ambientali, nonché per associazione a delinquere (tanto comune quanto mafiosa) finalizzata alla commissione di delitti ambientali, che il giudice debba sempre ordinare la confisca; se la confisca dei beni non è possibile, il giudice ordina la confisca per equivalente; analoga disposizione è inserita nel codice dell’ambiente, per il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-novies);

– obbliga il condannato al recupero e – ove possibile – al ripristino a proprio carico dello stato dei luoghi (art. 452-decies);

– prevede il raddoppio dei termini di prescrizione del reato per i nuovi delitti;

– impone al pubblico ministero procedente di dare comunicazione al Procuratore nazionale antimafia delle indagini per i nuovi delitti contro l’ambiente;

  • introduce nel codice dell’ambiente un procedimento per l’estinzione delle contravvenzioni ivi previste, collegato all’adempimento da parte del responsabile della violazione di una serie di prescrizioni nonché al pagamento di una somma di denaro.

In Italia il problema dei reati ambientali deriva soprattutto dalla mancanza di legislazione che c’è nel nostro paese. Ad oggi le pene sono quasi tutte scontabili con un’ammenda pecuniaria di scarsissimo valore deterrente, ad esempio il reato di discarica abusiva viene multato con un’ammenda da 2.600 a 26.000 euro, mentre chi realizza cave illegali si potrebbe trovare una “spiacevole” multa di ben 1.032 euro, un po’ pochini considerando che non sono previste opere di bonifica a carico del responsabile ne tantomeno un periodo di reclusione per il reato commesso. Ci sono state, però, delle vicende che hanno scosso l’opinione pubblica del paese da cima a fondo. La terra dei fuochi è stata al centro delle discussioni nazionali per mesi, ha anche ricevuto un decreto adhoc, quando Enrico Letta era ancora Presidente del Consiglio, il così detto decreto “Terra dei Fuochi”, dove le novità più importanti erano: screening gratuito per gli abitanti dei comuni interessati; possibilità di utilizzo dell’esercito; introduzione del reato di illecita combustione dei rifiuti. Ma questi provvedimenti “speciali” non hanno portato a grandi risultati, infatti, un altro dei problemi principali della Campania è quello dell’inquinamento delle falde acquifere dovuto allo sversamento dei rifiuti nelle campagne, nelle cave, vicino a campi coltivati o pascoli; questi sversamenti hanno inquinato, così, intere coltivazioni, interi fiumi ed intere falde acquifere, contemporaneamente i roghi tossici sono diminuiti dopo questi provvedimenti, ma di certo non sono una soluzione stabile e duratura per contrastare il reale problema di questa regione.

Un altro caso che ha scosso l’opinione pubblica è stata la sentenza Eternit, del novembre 2014, in cui non c’è stata nemmeno una condanna; le 2.220 morti, oltre alle 700 malattie, causate, si suppone, dal contatto con le fibre di amianto non hanno avuto alcun riscontro in aula. Una mano è stata data dall’abbreviazione dei tempi di prescrizione (dimezzati o diminuiti di un terzo) effettuata nel 2005 dal governo Berlusconi, oltre alle già citate lacune del codice penale. In quest’occasione tutt’Italia ha gridato allo scandalo, ma ancora non si vede la luce infondo al tunnel.

In ogni caso il ddl “Ecoreati” è un deciso passo in avanti rispetto alla legislazione attuale, tutte queste norme potrebbero costituire un deterrente reale per i reati ambientali futuri. Il principio su cui si vuol battere è “chi inquina paga”, senza mezzi termini e in qualsiasi modo possibile; un principio di equità atteso con ansia ormai da decenni che finalmente potrebbe essere attuato con formula piena. Ma le cose non sono così semplici; sempre a febbraio dello scorso anno è diventato legge il così detto decreto “Destinazione Italia”, in cui, all’art. 4, si legge che Ministero dell’ambiente e dello sviluppo economico “posso stipulare accordi di programma con uno o più proprietari di aree contaminate” o anche con altri soggetti che sono interessati alla rivalutazione, sul piano industriale, di tali zone. Ciò significa che le stesse persone che hanno compiuto il disastro ambientale del caso potrebbero ricevere dei fondi dallo stato per rivalutare quei terreni, nel senso della riconversione industriale; però non si può accedere a questi accordi di programma se il fatto contestato è accaduto tra il 30 aprile 2007 ed oggi; considerando che quasi tutti i reati di disastro ambientale sono stati commessi prima di tale data possiamo dire che questo cavillo serve a poco. Inoltre le aziende che stipulano accordi per una riqualificazione industriale, sapendo di poter contare su fondi statali, potrebbero decidere di bonificare queste zone a proprie spese eliminando, di fatto, il principio “chi inquina paga”.

Dall’altro lato, però, rimangono fuori da questa riforma i reati riguardanti il commercio illegale di flora e fauna, cosa che, come abbiamo visto con il presidente Lipu Fulvio Mamone Capria in questa intervista, sta arrecando considerevoli danni all’ecosistema italiano. Adesso c’è da capire quanto tempo ancora si deve aspettare perché vengano riformati questi ultimi tipi di reati e se e come queste nuove norme verranno applicate; la strada che porta alla certezza delle pene, ad un corpo normativo che funzioni realmente da deterrente, ad una bonifica vera e propria dei territori, ad una protezione più puntuale delle nostre specie, ad un controllo ancora più attento di ciò che accade sembra lunga e tortuosa, ma magari è stata imboccata la direzione giusta, finalmente.

Stefano Gattordo

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